Torna anche a giugno l’appuntamento fisso per la cura condivisa ed in compagnia della Picasso Food Forest, organizzato da Parma Sostenibile Aps in collaborazione con I Monnezzari di Parma, tutti gli ultimi sabati di ogni mese dalle 14,30.
Sabato 27 Giugno. L’attività speciale di questo mese sarà la messa a dimora di una nuova pianta di fico d’india, cresciuta nel vivaio dalle pale donate da Emanuela Rizzo, poetessa salentina molto affezionata a questa pianta alla quale ha dedicato una raccolta di poesie!
Come sempre, formazione e attrezzi forniti sul posto. Consigliati borraccia per l’acqua, vestiti comodi, leggeri e maniche e pantaloni lunghi per la protezione contro le zanzare. Ritrovo angolo via Picasso/Via Marconi. Vi aspettiamo numerosi!
Ed ora due note sul protagonista di questo mese!
Nonostante il nome, il fico d’India (Opuntia ficus-indica ) non proviene dall’India. Il termine deriva da un noto equivoco geografico dell’epoca. Il fico d’India è originario del Messico centrale. Le evidenze archeologiche e genetiche indicano che la specie fu domesticata dalle popolazioni mesoamericane migliaia di anni fa, molto prima dell’arrivo degli europei nelle Americhe. Dopo la scoperta dell’America, il fico d’India fu introdotto in Europa dagli spagnoli nel XVI secolo e si diffuse rapidamente nelle regioni mediterranee grazie alla sua straordinaria capacità di adattarsi ai climi aridi e ai terreni poveri. Oggi il fico d’India è coltivato in molte aree semiaride del pianeta, tra cui Messico, Italia, Spagna, Marocco e Sudafrica. In Italia è particolarmente associato a Sicilia, Calabria e Puglia dove è diventato un elemento caratteristico del paesaggio rurale.
Il fico d’India è noto per il suo caratteristico aspetto che include pale e spine. Le pale dette cladodi sono fusti modificati, appiattiti e carnosi che svolgono la funzione delle foglie, ovvero la fotosintesi. L’efficace sistema difensivo è basato su spine e glochidi: le spine vere, rigide e ben visibili sono derivate da foglie modificate, i glochidi, poco visibili sono piccoli tricomi dotati di micro-uncini che si staccano facilmente dalla pianta e si conficcano nella pelle, proteggendo la pianta dagli erbivori. I fiori del fico d’India sono grandi, vistosi e di colore giallo-aranciato, e si sviluppano lungo i margini dei cladodi. I frutti, detti “fichi d’India”, sono bacche carnose ricche di semi, con buccia spinosa e polpa dolce e succosa, che varia dal giallo al rosso a seconda della varietà.
Il fico d’India (Opuntia ficus-indica) rappresenta una coltura di grande interesse agronomico in un contesto di cambiamenti climatici e crescente scarsità idrica. Questa pianta adotta un metabolismo fotosintetico adattato alla siccità noto come CAM (Crassulacean Acid Metabolism). A differenza del metabolismo adottato dalla maggior parte delle piante, nel metabolismo CAM gli stomi si aprono di notte, quando la temperatura è più bassa, per assorbire CO₂ che viene immagazzinata come acido malico; di giorno gli stomi restano chiusi e l’acido viene degradato liberando CO₂ internamente, dove viene usata per la fotosintesi riducendo le perdite per traspirazione da 5 a 10 volte rispetto alle altre colture agricole.
Il fico d’India offre numerosi utilizzi. I frutti sono ricchi di fibre, vitamina C e composti antiossidanti. I cladodi giovani sono commestibili e in diversi Paesi, soprattutto in Messico, vengono consumati come verdura (i cosiddetti nopales), apprezzati per il loro contenuto di fibre, minerali e composti bioattivi. Si possono consumare lessati, alla griglia o saltati in padella. Dalla pianta si ottengono inoltre ingredienti per l’industria cosmetica, nutraceutica e farmaceutica.