Rilanciamo il comunicato stampa dell’Ordine degli Architetti di Parma. La rassegna che propone è un evento dalla forte vocazione sociale, dove il cinema è strumento di rivitalizzazione dello spazio pubblico.
Comunicato stampa
Dal labirinto burocratico e monumentale de Il processo alle mura divisorie de La Zona; dalle stanze stratificate di Roma alle facciate ritrovate dei piccoli borghi in Visages, Villages. La rassegna “Lo spazio dell’anima” propone un viaggio in quattro tappe per esplorare come il cinema abbia saputo raccontare la più grande responsabilità dell’architetto: il fatto che ogni linea tracciata su una pianta si trasformi, inevitabilmente, in un destino umano. L’evento è promosso dal Comune di Parma e ideato dall’Ordine degli Architetti PPC di Parma, in collaborazione conManzini Off – progetto di rigenerazione urbana che la Cooperativa sociale Emc2 gestisce in co-progettazione con il Comune.
Al via lunedì 6 luglio negli spazi all’aperto del Manzini Off – WoPa (Piazza Monguidi, Parma), la rassegna accompagna l’estate cittadina per tutti i lunedì di luglio, invitando a esplorare il rapporto profondo tra i luoghi che abitiamo e la nostra vita interiore. Le case, le strade, gli edifici pubblici, i quartieri e le città non sono semplici scenografie delle nostre esistenze: custodiscono ricordi, modellano relazioni, riflettono desideri, paure, conflitti e speranze. Lo spazio racconta una storia e, allo stesso tempo, contribuisce a costruirla.
Non solo per architetti e architette
Una rassegna con film che hanno segnato la storia del cinema, alcuni dei quali difficilmente visibili altrove. Un evento pensato non soltanto per architetti, urbanisti o appassionati di progettazione, ma rivolta a chiunque abbia abitato una casa, attraversato una città, conservato un ricordo legato a un luogo. Perché l’architettura riguarda tutti: influenza il nostro modo di vivere, di incontrarci, di sentirci accolti o esclusi, liberi o costretti.
“I film selezionati non richiedono conoscenze tecniche – sottolinea Alessandro Tassi Carboni, presidente dell’Ordine – Invitano piuttosto a guardare gli spazi con occhi nuovi, scoprendo come essi parlino delle persone che li abitano e delle società che li costruiscono.
Continua Gabriella Incerti, consigliera dell’Ordine: “Il cinema possiede una straordinaria capacità di rendere visibile questa dimensione invisibile dell’architettura. Attraverso l’inquadratura, la luce, il movimento e il racconto, gli spazi diventano personaggi, simboli, paesaggi emotivi. Le mura di una casa possono conservare la memoria di una famiglia; una piazza può diventare il luogo dell’incontro e della comunità; un quartiere può rivelare le fratture sociali di un’intera società; un edificio monumentale può trasformarsi nell’immagine stessa del potere.”
Dare forma all’esperienza umana
L’architettura è spesso considerata l’arte dello spazio. Il cinema, invece, è l’arte del tempo e dello sguardo. Eppure, entrambe condividono una stessa vocazione: dare forma all’esperienza umana. I film proposti in questa rassegna attraversano differenti forme dello spazio abitato: dalla memoria collettiva custodita nei paesaggi e nei volti di Visages, Villages, all’intimità domestica di Roma; dalla segregazione urbana e sociale raccontata da La Zona, fino agli spazi inquietanti e labirintici de Il processo. Un percorso che conduce lo spettatore dalle architetture della memoria a quelle del controllo, mostrando come ogni luogo sia anche uno specchio della condizione umana.
Perché lo spazio che costruiamo, in fondo, parla sempre di noi. E forse l’architettura più importante non è quella fatta di pietra, acciaio o cemento, ma quella invisibile che prende forma dentro di noi: lo spazio dell’anima.
I film in rassegna
Si inizia lunedì 6 luglio, ore 21:30, con il documentario Visages, Villages (regia di Agnès Varda e JR, 2017, 1 ora e 30’), in lingua originale con sottotitoli in italiano. Il tema è lo spazio pubblico come tela sociale e la scala umana. In questo documentario l’architettura è intesa nel suo senso più puro e vernacolare: i muri ciechi delle case di campagna, i container dei porti, i vecchi complessi minerari abbandonati, le cisterne agricole.
Varda e JR compiono un atto squisitamente architettonico e antropologico: risemantizzano lo spazio pubblico. Attraverso il “paste-up” (le affissioni fotografiche giganti), trasformano le superfici urbane anonime o dimenticate in monumenti alla memoria collettiva. È una riflessione potente sulla “facciata” e sul concetto di scala: l’edificio si umanizza e il passante si riappropria del territorio attraverso lo sguardo. È il manifesto di come l’architettura possa generare comunità quando smette di essere solo cemento e diventa supporto di storie.
Si prosegue lunedì 13 luglio, ore 21:30, con Roma (regia di Alfonso Cuarón, 2018, 2 ore e 15’), vincitore dei Premi Oscar come Miglior film straniero, Miglior regia e Miglior fotografia. Il tema è la casa-cosmo, il Modernismo e la stratificazione sociale. L’architettura nel film è la casa borghese degli anni ’70 nel quartiere Colonia Roma a Città del Messico – un quartiere pianificato in stile Art Nouveau e poi Modernista – e, per contrasto, la crescita disordinata delle periferie.
Cuarón seziona la casa d’infanzia con la precisione di una pianta e di un prospetto architettonico. L’abitazione è un microcosmo che riflette fedelmente le divisioni di classe. C’è una soglia invalicabile, invisibile ma rigidissima, tra gli spazi della famiglia – larghi, luminosi, arredati – e gli spazi della servitù – il patio da lavare continuamente, la stanza sul tetto, stretta e spoglia. Il lungo corridoio d’ingresso, dove l’enorme auto del padre fatica a entrare sfiorando i muri, è una metafora geometrica del patriarcato e dell’oppressione spaziale. Il film mostra come l’architettura domestica possa essere contemporaneamente un rifugio e una prigione sociale.
La terza serata, lunedì 20 luglio, ore 21:30, propone il pluripremiato film La Zona (regia di Rodrigo Plá, 2007, 1 ora e 35’). Il tema è la gated community, la frammentazione urbana e l’architettura della paura. Il film è ambientato in un quartiere residenziale blindato a Città del Messico, circondato da alte mura, filo spinato e telecamere di sicurezza, che sorge subito a ridosso di una baraccopoli (slum) degradata.
La Zona è probabilmente il film urbanisticamente più politico degli ultimi vent’anni. Analizza il fenomeno sociologico delle gated communities portato all’estremo. L’architettura è usata come arma di segregazione. Il muro non serve solo a proteggere, ma a disumanizzare chi sta dall’altra parte. Quando tre ragazzi della baraccopoli riescono a scavalcare la recinzione, la “Zona” si trasforma da utopia dell’ordine a panottico claustrofobico e spietato. È una critica feroce alla privatizzazione dello spazio urbano, che dimostra come la progettazione basata
unicamente sulla paura finisca per distruggere l’etica e la stessa convivenza civile.
Chiude la rassegna, lunedì 27 luglio, ore 21:30, Il Processo (regia di Orson Welles, 1962, 2 ore). Il tema conclusivo è l’architettura totalitaria, il Brutalismo e lo spazio labirintico.
L’architettura è quella degli interni monumentali e opprimenti della Gare d’Orsay di Parigi (all’epoca abbandonata, oggi museo) e le geometrie ripetitive e spettrali dei quartieri di edilizia intensiva di Zagabria.
Welles traduce l’angoscia burocratica dell’omonimo romanzo di Kafka attraverso una distorsione espressionista dello spazio architettonico. Il potere si manifesta attraverso una scala monumentale e disumana: soffitti altissimi o, al contrario, soffitte così schiacciate da costringere i personaggi a piegarsi. Gli uffici sono distese infinite di scrivanie identiche che rimandano all’alienazione taylorista e le aule di tribunale sono labirinti senza uscita. È l’architettura del potere burocratico e totalitario che annulla l’individuo. Un monito eccezionale per chi progetta: lo spazio può schiacciare l’anima di chi lo abita.
Abbiamo immaginato questa rassegna insieme a Emc2 Cooperativa Sociale, che gestisce gli spazi del Manzini Off, per creare un presidio culturale estivo – spiega ancora Gabriella Incerti – L’evento ha una forte vocazione sociale e comunitaria e si inserisce in un più ampio percorso di rigenerazione e vivacizzazione degli spazi pubblici del quartiere. Vogliamo che l’Ordine degli Architetti diventi sempre di più un soggetto culturale attivo e anche per questo siamo felici di collaborare con istituzioni e realtà del terzo settore.
Con Manzini Off vogliamo costruire un luogo aperto alla città, capace di mettere in relazione persone, realtà locali e progettualità diverse. In questa prospettiva, la rassegna di cinema estivo ideata dall’Ordine degli Architetti si inserisce pienamente nel percorso di rigenerazione urbana e sociale che stiamo portando avanti – conclude Luca Cenci, presidente di Emc2 Cooperativa Sociale – un’occasione per valorizzare la cultura come strumento di incontro, partecipazione e crescita della comunità.